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China Killer

Prologo
(Hong Kong - 12 aprile 1958)

 

Tsan Kyoe affondò le bacchette e raccolse un grumo di riso scondito. Se lo portò alla bocca e iniziò a masticare lentamente, cercando di farlo durare il più a lungo possibile. Quando alzò gli occhi si accorse che una bambina lo stava guardando. Era magrissima e indossava una tunica fatta di stracci. Placche di sporco le incrostavano il viso e le allegavano i capelli in una matassa compatta. Gli occhi, grandi e luminosi, erano incollati alla ciotola di riso.
Tsan Kyoe continuò a masticare senza dire nulla, mentre la bambina lo fissava dondolandosi sulle gambe sottili. L'espressione evanescente che le raggrinziva il volto aveva lo stesso colore dell'oceano: marrone e dimesso, contaminato da una cruda malattia che lo stava uccidendo.
"Che cosa vuoi?" si decise finalmente a chiederle. Ma conosceva già la risposta. Quei pochi chicchi di riso erano un tesoro prezioso per la folla macilenta accampata sulle banchine del porto.
La bambina rimase in silenzio. Teneva gli occhi fissi sul riso senza muovere le palpebre, e stringeva le labbra pallide. Allora Tsan Kyoe sospirò, e dopo aver ingoiato il boccone allungò la ciotola.
"Prendine un po'" disse nel suo idioma del sud. L'offerta era esplicita, la bambina avrebbe capito anche se parlava un altro dialetto. Infatti fece un passo avanti e protese la mano. Ignorando le k'uai-tzu, le bacchette di legno che Tsan Kyoe le porgeva, afferrò con le dita una manciata di chicchi e se li portò alla bocca. Poi ruotò su se stessa e fuggì via, come se avesse paura che qualcuno la costringesse a sputare il boccone, ma dopo solo pochi passi si scontrò con un uomo alto e sottile che l'afferrò per un braccio e la schiaffeggiò.
La bambina non reagì. Non pianse né cercò di liberarsi. Si limitò a continuare a masticare tenendo gli occhi bassi e lasciandosi trascinare al cospetto di Tsan Kyoe.
"Pao-chien" disse l'uomo in mandarino, con una forte pronuncia del nord. Doveva essere originario di una delle selvagge province settentrionali, forse lo Shansi, oppure il lontano Honan. Aveva i capelli grigi raccolti in una lunga treccia sulla schiena, e una doppia fila di rughe ai lati della bocca. "Ching yuan-liang wo-men" continuò. "Ti prego di perdonarci."
Tsan Kyoe si alzò e s'inchinò leggermente, stringendo al petto le k'uai-tzu.
"Hu-shuo pao-tao" disse. "Non è niente. Una sciocchezza."
Parlavano entrambi un dialetto comprensibile, anche se appartenevano a distretti diversi, e questo tranquillizzò Tsan Kyoe. Fece segno all'uomo di sedere con lui e gli offrì quello che restava del riso.
Il vecchio rifiutò con un cenno dignitoso del capo e disse qualcosa alla bambina, che continuava a masticare pur avendo la bocca vuota.
"Il Ta Chiang ci ha messi in questa situazione" dichiarò Tsan Kyoe imbarazzato. Alludeva a Mao Tse-tung, il diavolo che aveva ucciso il mondo. Vedendo che la bambina continuava a fissare trasognata la ciotola di riso, abbozzò un sorriso e gliela mise in mano. "Lei non ne ha colpa. Cerca di cavarsela come può."
Il vecchio annuì: "Ha solo tre anni, non capisce quello che sta succedendo. Chin-tien ta chiang-lai, ming-tien mei chiang lai. Oggi un grande futuro, domani nessun futuro".
L'uomo aveva giocato sul significato della parola chiang, che in mandarino poteva significare Generale oppure futuro. Tsan Kyoe sospirò, facendogli intendere che aveva capito.
"Kwok-min-dong goong-chan-doug" affermò a sua volta, cercando di aprire le vocali. "Nazionalisti e comunisti che si combattono. Mng hai sai-yen. Per noi non c'è salvezza."
Il vecchio chiuse gli occhi, e qualcosa nel suo portamento sembrò incrinarsi. Tsan Kyoe avrebbe voluto presentarlo alla sua famiglia, ma Kima era andata alla pompa dell'acqua e aveva portato con sé i bambini. I profughi in attesa d'imbarco sulle banchine del porto erano decine di migliaia, e il Ta Wen, il Grande caldo, la malattia che uccideva con punte di febbre di quarantadue gradi, strisciava in mezzo a loro senza che le autorità sanitarie riuscissero a fermarlo. Uno scenario devastante in cui li aveva trascinati il conflitto civile.
Il vecchio riaprì gli occhi e indicò la bambina.
"Il suo nome è Ky-Won" disse. "Sokha Gyah."
Tsan Kyoe s'inchinò profondamente e sorrise alla piccola che mangiava con le mani, così voracemente da rischiare d'ingozzarsi.
"Kyoe Gyah" disse indicando se stesso. "Dove siete diretti?"
Il vecchio rinunciò al mandarino e si espresse nel suo rude dialetto settentrionale.
"In Italia. Forse laggiù c'è chi può aiutarci." La sua espressione cambiò. "In ogni caso, credo che fuori dalla Cina un posto valga l'altro."
Tsan Kyoe annuì scoraggiato. Aveva scoperto ben presto che le Grandi comuni della Pace maoista procuravano meno cibo e meno libertà di quanto proclamassero i manifesti del regime. Lui aveva provato a lavorare diciotto ore al giorno per poche manciate di riso, mentre i suoi figli si consumavano nel desiderio di un boccone di carne. Per questo aveva deciso di raccogliere i suoi stracci e di recarsi a Hong Kong, quel debole miraggio di fulgore occidentale nel fianco della Repubblica Popolare.
"Noi non sappiamo dove andremo" disse. "Aspettiamo il primo imbarco. Ci affideremo alla sorte."
Il vecchio mise una mano sulla testa della bambina. "Ky-Won è la quarta delle mie nipoti. Lei non tiene in alcun conto le parole dei suoi genitori, è una ribelle, ma io sono certo che saprà cavarsela."
Tsan Kyoe guardò la bambina e le sorrise, notando la luce vivida che le brillava negli occhi.
Quando il vecchio si alzò afferrando Ky-Won per la collottola, Tsan Kyoe cercò di convincerlo a restare.
"Gow meng" rispose l'uomo allontanandosi. "Mettetevi in salvo."
Tsan Kyoe annuì lentamente. Ormai non aveva più energia per continuare a sperare. Ricordò con amarezza l'ultimo slogan di partito che aveva letto sui manifesti fatti a brandelli mentre attraversava la provincia dello Changsha. oggi, nell'era di mao tse-tung, il paradiso è su questa terra! la nuova era dell'uomo universale e onnipotente è arrivata!
Sorrise mestamente. Quante parole gettate al vento. Lui e la sua famiglia non avevano alternativa allo sconquasso che si era diffuso nel paese: dovevano fuggire. Affidarsi al caso e agli umori del destino nella speranza di poter ricominciare a vivere dignitosamente.
Come avrebbe fatto quel vecchio cercando di proteggere sua nipote.